
Sta arrivando un’altra ondata di formazione sull’Intelligenza Artificiale nelle scuole italiane, e questa volta porta con sé una cifra che fa rumore: 100 milioni di euro. È lo stanziamento previsto dal Decreto Ministeriale 11 novembre 2025, n. 219, quello che ha dato il via agli “Snodi formativi per la transizione digitale sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella scuola”. Una buona notizia, di per sé. Ma proprio perché si parla di una cifra enorme, vale la pena fermarsi a fare una domanda scomoda: la stiamo investendo nel modo giusto?
Cosa prevede il DM 219 sull’Intelligenza Artificiale a scuola
Il DM 219 individua le scuole che faranno da “snodi formativi”: punti di riferimento territoriali che organizzano percorsi di formazione sull’Intelligenza Artificiale per il personale scolastico, con la possibilità di coinvolgere anche gli studenti. Le risorse vanno impegnate entro dicembre 2026, e qui sta il primo nodo da sciogliere. La sfida non è spendere questi fondi in tempo. È capire cosa resterà nelle scuole quando quei fondi saranno finiti. Se la formazione si riduce a imparare l’ultimo strumento, l’ultima piattaforma o l’ultimo chatbot di turno, avremo perso un’occasione enorme, e tra due anni saremo punto e a capo con il prossimo strumento da rincorrere.
Perché non basta insegnare a usare uno strumento
L’Intelligenza Artificiale non sta cambiando solo il modo in cui lavoriamo. Sta cambiando come studiamo, come ci relazioniamo con gli altri, persino come immaginiamo noi stessi. Entra nelle conversazioni dei ragazzi, nei gruppi classe, nel modo in cui costruiscono la propria identità, ogni giorno, spesso senza che un adulto se ne accorga.
Per questo non basta una formazione che insegni a usare uno strumento. Bisogna capire come cambia la didattica quando uno studente può confrontarsi con un assistente intelligente in qualsiasi momento della giornata. Che senso hanno ancora i compiti a casa, se buona parte del ragionamento può essere delegata in pochi secondi? Come si ripensano verifiche e valutazione? Quali competenze contano davvero, in un mondo dove generare un contenuto costa sempre meno fatica?
Due storie vere, raccolte in classe quest’anno
“Un sostituto ai miei genitori”: il nuovo punto di riferimento dei tredicenni
Pochi giorni fa ero in una terza media, dentro un percorso che in Social Warning chiamiamo “Testi accese, usa e non farti usare dall’Intelligenza Artificiale”. Durante un brainstorming chiedo a un ragazzo: secondo te cos’è l’Intelligenza Artificiale? Mi risponde, secco: “Un sostituto.” Gli chiedo se intende che gli fa i compiti, che decide al posto suo. Mi corregge: “No. Sto diventando grande, e non posso chiedere sempre ai miei genitori o ai miei insegnanti cosa fare. Quindi sto iniziando a usare ChatGPT. Per me sarà un sostituto ai miei genitori, ai miei insegnanti. Un nuovo punto di riferimento.”
Ci ho pensato a lungo. Non perché mi abbia sorpreso che un tredicenne cerchi punti di riferimento fuori dalla famiglia, è normale, fa parte della crescita. Mi ha colpito a chi stiamo affidando questa funzione di guida. Dietro ChatGPT, Gemini, Claude e gli altri ci sono multinazionali che, comprensibilmente, guadagnano anche in base a quanto questi strumenti diventano indispensabili per noi. Se io, a 47 anni, faccio fatica a resistere alle sirene digitali, per un ragazzo di tredici anni sarà molto più difficile. È lo stesso principio che metto al centro dei patti digitali di comunità che costruisco con scuole e famiglie: non lasciare che questi strumenti diventino, con troppa leggerezza, amici tascabili, sostituti comodi delle relazioni umane.
Chat gpt è il mio assistente nel senso che mi assiste… un po’ come un amico…un po’ come uno psicologo.
Quando non so con chi parlare parlo con lui. Almeno lui c’è sempre.
E mi dice che devo avere coraggio e che lui c’è sempre per me.
testimonianza di S.A. di 11 anniIl paradosso degli adulti: anche i docenti usano l’Intelligenza Artificiale, e i ragazzi se ne accorgono
Seconda storia, sempre una terza media, sempre quest’anno. Stavolta si parte da un altro lato: come l’Intelligenza Artificiale può aiutare a studiare, nella logica del tutor che spiega un concetto difficile in un altro modo. I ragazzi mi hanno parlato di strumenti come NotebookLM, o di app come Knowunity e Gamma, usate non solo per fare i compiti al posto loro, ma anche per studiare meglio. Abbiamo ragionato insieme sul fatto che copiare indebolisce le proprie capacità.
Poi qualcuno alza la mano: “Sì, ma anche i prof usano l’IA per preparare le lezioni.” Rispondo che può essere utile anche per loro. E loro: “Utile, ok, ma se poi vengono in classe e leggi quello che ha scritto ChatGPT, si vede.” Sono rimasto un attimo spiazzato, cercando le parole giuste senza voler mettere in cattiva luce nessun collega. Ma il punto che hanno sollevato resta valido: questi ragazzi riconoscono lo stile dell’Intelligenza Artificiale nei testi scritti tanto quanto noi riconosciamo un’immagine generata artificialmente, forse anche meglio. Quindi, mondo adulto: attenzione a puntare il dito solo verso i ragazzi quando si parla di un uso poco trasparente dell’IA. Se vogliamo che non la usino per copiare, dovremmo essere i primi a non scrivere appoggiandoci sempre a un assistente e poi fingere che sia farina del nostro sacco.
Apprendimento, relazioni, benessere: cosa sta cambiando davvero
Tenendo insieme questi episodi e le decine di incontri fatti quest’anno con classi, collegi docenti e gruppi di genitori, qualcosa di chiaro emerge su tre piani.
Sull’apprendimento, l’Intelligenza Artificiale rende possibile una personalizzazione che fino a poco tempo fa era impensabile: uno studente può farsi spiegare lo stesso concetto in cinque modi diversi finché non lo capisce. Il rischio, però, è quello che in pedagogia si chiama delega cognitiva: smettere di fare la fatica del ragionamento perché c’è sempre qualcuno, o qualcosa, pronto a farla al posto nostro. La fatica cognitiva non è un difetto da eliminare. È il meccanismo con cui si costruisce la competenza, ed è la prima cosa che rischiamo di perdere se la formazione si concentra solo sull’efficienza.
Sulle relazioni, il rischio è che uno strumento sempre disponibile, mai stanco e mai in disaccordo, occupi spazi che dovrebbero restare umani: il confronto con un genitore, la discussione con un compagno, anche il conflitto con un insegnante. Imparare a stare nella frustrazione di una risposta che non arriva subito, o di un adulto che dice no, fa parte della crescita tanto quanto imparare una formula.
Sul benessere, i dati confermano quello che vedo in classe. Secondo l’ultimo Atlante dell’Infanzia di Save the Children, oltre il 92% degli adolescenti italiani tra i 15 e i 19 anni usa strumenti di Intelligenza Artificiale, e più di 4 su 10 li ha usati per cercare conforto in un momento di tristezza o ansia. Non è un dettaglio statistico. È un segnale di quanto, per troppi ragazzi, manchi un adulto disponibile esattamente nello stesso momento in cui un chatbot lo è sempre.

Cosa l’Intelligenza Artificiale ancora non sa fare
Quello che ho visto in classe quest’anno mi dice che la priorità della formazione dovrebbe essere un’altra: aiutare insegnanti e ragazzi a riconoscere cosa l’Intelligenza Artificiale ancora non sa fare.
Non sa ascoltare davvero, nel senso di cogliere quello che un ragazzo non dice. Non costruisce una relazione educativa, che si fonda su fiducia, tempo, errori condivisi. Non si assume responsabilità di fronte a una classe o a una famiglia. E non sa, per fortuna, sostituire il pensiero critico che si forma proprio mettendo in discussione le risposte facili, incluse le sue.
Forse la domanda più utile, per chi lavora a scuola, non è come insegnare a usare l’Intelligenza Artificiale, ma come aiutare i ragazzi, e anche noi adulti, a restare umani mentre impariamo a conviverci.
Una proposta concreta per la formazione del DM 219
Se dovessi tradurre tutto questo in una proposta operativa per chi sta progettando i percorsi finanziati dal DM 219, partirei da tre punti.
Primo: prima la pedagogia, poi lo strumento. Un corso che parte dalle funzionalità di un chatbot, senza prima discutere cosa significhi imparare, valutare, costruire una relazione educativa, insegna a usare un tasto. Non costruisce competenza.
Secondo: coinvolgere le famiglie, non solo il personale scolastico. Il DM 219 finanzia la formazione di docenti e personale ATA, ma il ragazzo che mi ha parlato di “un nuovo punto di riferimento” lo fa anche, e soprattutto, fuori da scuola. Senza un dialogo tra scuola e famiglia, qualsiasi politica scolastica sull’Intelligenza Artificiale copre solo metà del problema.
Terzo: misurare cosa resta, non cosa si è speso. Un progetto può chiudersi nel 2026 con tutti i fondi rendicontati e zero cambiamento reale nella didattica. La domanda da farsi tra un anno non è “abbiamo speso i 100 milioni?”, ma “cosa fanno oggi gli insegnanti che abbiamo formato, che non facevano prima, e perché serve davvero ai ragazzi?”

Domande frequenti sull’Intelligenza Artificiale a scuola
Cos’è il DM 219 sull’Intelligenza Artificiale nella scuola? È il Decreto Ministeriale 11 novembre 2025, n. 219, con cui il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha stanziato 100 milioni di euro per creare “snodi formativi” territoriali: scuole che organizzano percorsi di formazione sull’Intelligenza Artificiale per il personale scolastico, con possibile coinvolgimento degli studenti.
Quanti soldi mette a disposizione il DM 219? 100 milioni di euro complessivi, nell’ambito del PNRR, con un finanziamento fino a 50.000 euro per ogni scuola selezionata come snodo formativo.
L’Intelligenza Artificiale sostituirà gli insegnanti? No. Può supportare la personalizzazione dell’apprendimento e alleggerire alcune attività organizzative, ma non costruisce relazione educativa, non si assume responsabilità verso una classe e non sostituisce l’ascolto e il giudizio pedagogico di un insegnante.
Come si forma il personale scolastico sull’Intelligenza Artificiale, in pratica? Le Linee guida ministeriali allegate al DM 166/2025 indicano percorsi su uso didattico, aspetti normativi e privacy, e formazione di formatori interni. Perché funzioni davvero, però, la formazione tecnica va sempre accompagnata da una riflessione pedagogica su didattica, valutazione e benessere degli studenti.
Se nella tua scuola qualcuno si sta facendo le stesse domande, sapete dove trovarmi.
Bibliografia e sitografia
Normativa e fonti istituzionali
- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto Ministeriale 11 novembre 2025, n. 219 – “Snodi formativi per la transizione digitale sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella scuola”: https://www.mim.gov.it/-/intelligenza-artificiale-a-scuola-al-via-il-piano-di-formazione-del-ministero-da-100-milioni-di-euro
- Ministero dell’Istruzione e del Merito, Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche, allegate al DM n. 166 del 9 agosto 2025: https://www.mim.gov.it/-/pubblicate-le-linee-guida-per-l-introduzione-dell-intelligenza-artificiale-nelle-istituzioni-scolastiche-allegato-al-dm-n-166-del-09-08-2025
