[articolo precedentemente pubblicato per Siamo – la rivista di IAM servizi]

 

In questi anni i media hanno usato svariate etichette, o #hashtag, per catalogare le nuove generazioni: nativi digitali, millenials, digital kids, touch generation, generazione y e via dicendo. Quella forse ancora oggi più in uso è probabilmente “nativi digitali”

L’espressione ha indicato la generazione di chi è nato e cresciuto in corrispondenza con la diffusione delle nuove tecnologie informatiche. E quindi si tratta, in genere, di persone, soprattutto di giovani, che non hanno avuto alcuna difficoltà a imparare l’uso di queste tecnologie. Esiste anche un’altra espressione che è quella di immigrati digitali e in questo caso indica esattamente il contrario: gli immigrati digitali sono le persone che, quando queste nuove tecnologie si sono diffuse, erano già adulte e quindi persone che hanno avuto maggiore difficoltà, o addirittura non riescono, a impadronirsi della conoscenza e dell’uso di questi nuovi mezzi. [Treccani]

Cosa si intende con “imparare l’uso di queste tecnologie”?

Indubbiamente dando ai nativi digitali in mano uno smartphone o un computer non è difficile accorgersi come senza troppa fatica inizino ad interagire con la tecnologia.

Ci chiediamo, sono nati con delle competenze in più rispetto alle altre generazioni di “immigrati digitali”? La risposta è no. Hanno solamente molta curiosità del mondo che li circonda. Un mondo che li vede protagonisti in due dimensioni, quella “reale” e quella “digitale”, che corrono a volte parallele, a volte intersecanti ma costantemente presenti nella loro vita.

Esplorano, provano e imparano spesso senza il timore di sbagliare. Ciò detto possiamo affermare che i “nativi digitali” siano veramente competenti nell’uso delle tecnologie di comunicazione e social media in loro possesso?

Certamente dimostrano confidenza, ma la competenza è un’altra cosa. La competenza è un concetto che potremmo descrivere come “la capacità dimostrata da un soggetto di usare le conoscenze acquisite, le specifiche abilità e le attitudini personali, di interazione sociale e di carattere metodologico per svolgere in modo autonomo e con senso di responsabilità determinate attività”.

Ebbene un ragazzo, e ancor meno un bambino, di fronte alla complessità e alla potenza del digitale non ha certamente la capacità di risolvere tutti i problemi che gli si pongono davanti, siano essi di natura pratico-tecnica, concettuale o etica. Il cammino per diventare realmente competenti è molto lungo e come ci suggeriscono i risultati di diversi studi scientifici [1] per diventare dei cittadini digitali competenti occorre innanzitutto essere “on-line”. Appare evidente che più viviamo in un luogo, digitale o meno, più impareremo a conoscerlo.

Perché questa conoscenza sia un’esperienza educativamente costruttiva occorrono due condizioni:

  • incentivare bambini e ragazzi a fare usi creativi e produttivi della “rete”;
  • che le esperienze nel mondo digitale siano momento di dialogo, sia nel reale che nel digitale, con il mondo adulto.

Un mondo adulto che deve riuscire a lavorare in “rete” iniziando dal contesto “reale” in cui vive ogni giorno, essere modello virtuoso e promotore di buone prassi nell’utilizzo degli strumenti digitali.

Noi adulti abbiamo sempre queste caratteristiche?

Proviamo a pensare alla condotta all’interno di gruppi Whatsapp di lavoro, dei genitori della classe dei nostri figli o delle varie associazioni sportive.

Ai post inferociti pubblicati nei vari social network.

Ai momenti conviviali continuamente interrotti da telefonate e/o da sguardi rivolti allo smartphone.

Possiamo affermare di essere sempre un buon modello?

Il ruolo del mondo adulto è un fattore contestuale di fondamentale importanza nella regolazione dell’esperienza online che i bambini e i ragazzi posso fare. Questa affermazione non si riferisce chiaramente solo alla dotazione tecnologica di cui un minore può disporre (in fin dei conti sono i genitori che acquistano i device tecnologici e firmano i contratti delle connessioni) ma contempla anche le modalità di accesso e di fruizione del digitale, nonché la capacità di costruire un senso critico nell’uso.

Esistono svariati modi per un adulto di assumere un ruolo di mediatore tra il giovane e l’uso della Rete.

Si possono stabile regole, monitorare modalità di accesso e tempo d’uso, informare i figli sui rischi e vantaggi, confrontarsi rispetto alle loro attività on-line.

L’uso della Rete può essere oggetto di confronto ma occorre impegnarsi nel creare spazi di condivisione.

La Rete, con le sue opportunità, può diventare spazio di incontro e di scambio, uno strumento per confrontarsi e per fare esperienze insieme. Questo significa realizzare la cosiddetta “mediazione attiva”, non solo centrata su regole, norme e consigli, certamente necessari e utili, ma ancor prima focalizzata sulla vicinanza educativa e sul dialogo intergenerazionale continuo e quotidiano.

Ci viene richiesto uno sforzo a superare i nostri preconcetti, a metterci in discussione e fare rete anche tra noi adulti significativi. Siamo sollecitati ad essere un social network efficace nel mondo reale.  Essere una comunità educante che possa trasferire nel piano digitale buone prassi maturate nel mondo reale.

 

[1] Come ad esempio la ricerca condotta dalla Accademia delle Scienze di Francia “Il bambino e gli schermi. Raccomandazioni per genitori e insegnanti” (ed. it. a cura di P. Ferri e S. Moriggi, Guerini, Milano 2016), sulle interazioni di bambini e giovani con diversi tipi di schermi.

 

 

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